I disegni e i luoghi
Tomba monumentale Brion, 1969-[1978]
CS-PRO/134 1584 fra schizzi
, disegni, tavole e copie
Nota del curatore
di Erilde Terenzoni
Il progetto per la Tomba Brion a San Vito d'Altivole nell'archivio di Carlo Scarpa è costituito da 1583 elaborati grafici su supporti di vario tipo, tra cui tre quaderni. La realizzazione dell'opera iniziò nel 1970 e quasi sicuramente era ancora in corso nel 1978, anno della morte di Carlo Scarpa, che, per suo desiderio, venne sepolto dal figlio in un'ansa tra la tomba Brion e il cimitero comunale. L'archivio del progetto ne documenta le fasi, a partire dal 1969, con i primi rilievi del cimitero comunale e dell'area acquistata dalla famiglia, fino al 1977, anno di uno schizzo per i profili gradonati sommersi che circondano il tempietto; inoltre alcuni elaborati non datati sono collocabili nel 1978.
L'archivio, conservato dal figlio Tobia nel suo studio di Trevignano Veneto, in ampi locali e in cassettiere appositamente disegnate e realizzate in cartone e tela, è stato acquisito dalla Direzione generale per l'arte e l'architettura contemporanee nel 2001. Lo stato di conservazione dei materiali grafici e documentali del progetto in archivio è piuttosto buono. Solo pochi materiali soprattutto i più fragili come le carte veline, i lucidi e alcune tavole necessitano di un intervento conservativo. I danni maggiori sono stati provocati da un uso massiccio di nastro adesivo e di colle, utilizzate per congiungere supporti diversi e ottenere una maggiore superficie per completare il disegno o la tavola.
Carlo Scarpa usava materiali e tecniche molto vari. I supporti più usati sono: una carta da spolvero, utilizzata in prevalenza per schizzi, strappata irregolarmente da rotoli di altezza quasi sempre di 30 cm, una carta da spolvero leggera di colore giallino, regalo forse di Louis Kahn, una carta definita "agliolina", una carta bianca satinata traslucida, utilizzata prevalentemente per i disegni esecutivi. Si trovano inoltre di frequente cartoncini ad alta grammatura di colore bianco e "camoscio", un cartoncino color bruno rosato, definito così dallo stesso Scarpa, e infine materiali vari, a volte anche pacchetti di sigarette. Sono molto frequenti fogli da dattilografia tipo extrastrong in genere formato A4, talvolta con l'intestazione dello studio. Le tecniche vanno dalla matita a mano libera, alle matite colorate, molto usati giallo, arancione, celeste, rosso, rosa, marrone, verde e lilla, prevalentemente per campiture su carta da spolvero, su carta "agliolina" e sulle copie eliografiche. Alcune tavole sono inchiostrate a china. Sui fogli A4 per dattilografia si trovano anche penne biro nera, blu e verde, mentre sono poco usati i pennarelli. Molti i fogli disegnati sia al recto che al verso. Il progetto di conservazione, in corso presso il Centro Archivi di architettura del MAXXI, prevede la progressiva inventariazione dei materiali e la creazione di un sistema di fruizione multimediale modulato su differenti livelli di accesso. Attraverso mezzi di ricerca come l'inventario a stampa e una banca dati sarà possibile consultare l'archivio anche a distanza, utilizzando parole chiave e punti di accesso come le liste di nomi e di luoghi. La riproduzione digitale, effettuata con macchine fotografiche a dorso duro permette di realizzare una copia di sicurezza, preservare gli originali dalla consultazione diretta e avere a disposizione immagini di archivio non compresse per realizzare stampe, anche a partire dal facsimile.
I criteri secondo cui è stata condotta l'inventariazione sono quelli classici della dottrina archivistica consolidati da precedenti esperienze su archivi di architetti contemporanei, in particolare con la Soprintendenza archivistica per il Lazio e con l'Archivio Progetti dello IUAV di Venezia e frequenti confronti con le maggiori Istituzioni che operano nel settore.
Il primo segmento dell'archivio Scarpa, su cui è stato condotto il lavoro di inventariazione è appunto la documentazione e gli elaborati grafici che costituiscono il progetto per la Tomba Brion. L'ordinamento ha richiesto una prima fase di studio e di analisi, dedicata a esaminare i disegni e i materiali grafici del progetto. Quest'ultimo, come si è detto, è giunto piuttosto ordinato, anche se nel tempo le frequenti consultazioni e ricerche ne hanno alterato l'ordine generale.
Gli elaborati grafici erano giunti al Centro Archivi del MAXXI raccolti in cartelle delle quali è stato possibile individuare dei temi. All'interno i materiali sono stati trovati spesso mischiati e confusi, in un disordine "logico", funzionale all'uso del momento: preparazione di mostre, pubblicazioni o consultazione o prestito. È frequente il caso di disegni e schizzi montati in sequenza e contrassegnati da codici che fanno riferimento a sistemi di identificazione estranei all'archivio. Ne sono un esempio i 7 cartoncini di pacchetti di sigarette montati in successione, su cui Scarpa aveva tracciato schizzi di una piantina della tomba e di alcuni elementi di essa. Su uno di questi cartoncini è tratteggiata forse l'intuizione per la soluzione dell'arcosolio. Molti elaborati hanno delle vere e proprie segnature. Pur non avendo potuto ricostruire l'ordinamento originario del fondo, né all'epoca di Scarpa né in periodi immediatamente successivi, le vecchie segnature individuate sono state sempre indicate nelle schede descrittive. In alcuni casi l'identificazione degli elaborati si è rivelata complessa, considerato il modo di lavorare tipico di Carlo Scarpa, molto concentrato sui particolari. A volte schizzi e studi per dettagli, forme e elementi geometrici soli o combinati fra loro, soluzioni per serramenti e giunture, particolari tecnici per il trattamento del calcestruzzo sembravano a prima vista appartenere a più di un elemento dell'opera.
Durante questa fase è stato possibile ricostruire la tecnica di lavoro caratteristica di Scarpa, che collaboratori e studiosi, come Francesco Dal Co, Philippe Duboy, Sergio Los, Guido Pietropoli hanno descritto: l'uso di un disegno complessivo su cartoncino, cui sovrapponeva gli approfondimenti dei dettagli definitivi, per fissare, come in un puzzle, la vicenda tecnica e costruttiva di ogni elemento.
Sul piano dell'inventariazione questi studi hanno permesso di ricostruire un quadro molto articolato di legami tra i vari elaborati grafici del progetto nel suo insieme. Queste connessioni sono state indicate nell'inventario ogni volta che è stato possibile raggiungerne la certezza; la lettura dei materiali in realtà ne suggerisce molte altre.
L'intero corpus documentario relativo alla Tomba Brion, è attraversato da possibili letture trasversali, rimandi anche ad altre opere scarpiane e molteplici suggestioni; ricostruirne il tracciato e formulare ipotesi di ricerca critica è compito degli studiosi. In generale la metodologia scelta per l'inventario, che si può definire come il mezzo di corredo primario di un fondo finalizzato alla sua illustrazione, è quella di fornire sempre le informazioni ricavate dalla lettura diretta degli originali, le eventuali ipotesi dei catalogatori, se funzionali alla lettura, sono fornite citandone le fonti. In questa ottica i cappelli introduttivi alle sottoserie e alle unità archivistiche rappresentano il momento di sintesi del lavoro di analisi e studio sugli elaborati grafici; qui, infatti, sono stati inseriti i dati sul contesto storico, tecnico e professionale, necessari ad una più ampia comprensione delle varie fasi progettuali. Come regola generale tutte le informazioni ricostruite, titoli o date, sono inserite tra parentesi quadre. Nei casi in cui il titolo originario non era esaustivo, è stato integrato da una breve nota di contenuto, in cui si segnalano eventuali discrepanze o lacune. È sempre stata indicata l'esistenza di note, appunti, calcoli a margine, riportandoli per esteso solo se particolarmente significativi. Sono stati indicati inoltre quei danni al supporto che ne possono condizionare la lettura, quali a esempio, abrasioni, lacerazioni, pieghe o altro. Un discorso a parte e più approfondito meritano due questioni fondamentali per la chiarezza del lavoro di inventariazione: la terminologia utilizzata e l'individuazione della struttura dell'archivio, su cui sono stati articolati i materiali documentari e la loro descrizione.
Per quel che riguarda la terminologia, questo progetto ha rappresentato un caso interessante. Scarpa ha scritto molto poco delle sue opere e quando ne parlava, in occasioni ufficiali o lezioni, spesso usava un linguaggio poetico o volutamente minimale. A partire dalle sue parole si è formata quasi una koinè, nella quale i nomi dei luoghi e degli "oggetti" nella Tomba non sono univoci, ma plurimi e spesso allusivi. Per fare alcuni esempi tra i tanti, cimitero dei preti, orto dei cipressi e giardino dei cipressi indicano lo stesso spazio, così come vecchio cimitero e cimitero comunale.
Nel corso dell'inventariazione si è scelto di fare uno sforzo per uniformare la terminologia, senza perdere alcune sfumature tipiche dei modi di dire scarpiani. Sono stati considerati autorevoli i termini utilizzati da Scarpa stesso, a partire dalle annotazioni di sua mano e dalle poche occasioni in cui ha parlato o scritto di questa opera. Molto significativa in questa ottica è la lezione del 1976 a Vienna: Può l'architettura essere poesia?, nella quale Scarpa illustra la Tomba Brion, disegnandone alla lavagna la pianta e alcuni particolari. Un altro riferimento importante sono state le didascalie delle fotografie della Tomba da lui stesso selezionate per il piccolo e prezioso libro Memoriae causa. Infine è stato fatto un riscontro sui principali studi, sulla Tomba Brion. Il glossario inserito tra gli apparati vuole agevolare la lettura dell'inventario e dei disegni. È utile dare delle informazioni sulla articolazione delle descrizioni dei materiali grafici che compongono il progetto. La struttura è un elemento di comunicazione, una convenzione attraverso il quale si trasmettono, in un sistema descrittivo complesso, conoscenze importanti per la comprensione del fondo e per la lettura dei singoli materiali nel loro contesto archivistico e storico.
La descrizione archivistica dispone di un modello base per la struttura dei fondi, quello proposto dallo Standard ISAD.
